Sono una donna pericolosa
Non porto bombe nè bambini in grembo

Non porto fiori nè miscugli incendiari
Porto scompiglio nella tua ragione, nelle tue teorie, nel tuo realismo
Perché non giacerò nelle tue trincee né scaverò trincee per te
Né mi unirò alla tua lotta armata
Per trincee più belle e più grandi
Non camminerò con te né per te
Non vivrò con te, né morirò per te
Ma neppure cercherò di negarti il tuo diritto a vivere e a morire
Non dividerò con te neppure un centimetro di questa terra
Finché tu sei maledettamente proteso verso la distruzione
Ma neppure negherò che siamo fatti della stessa terra
Nati dalla stessa Madre
Non ti permetterò di legare la mia vita alla tua
Ma ti dirò che le nostre vite sono legate insieme
E esigerò che tu viva per comprendere questa cosa importante
Che sono una donna pericolosa perché devi sapere, signore
Che sono una donna pericolosa
Perché non tacerò niente di tutto questo
Non colluderò con te
Non avrò fiducia in te né ti disprezzerò
Sono pericolosa perché non rinuncerò, non tacerò
Né mi adatterò alla tua versione della realtà
Tu hai congiurato per svendere la mia vita
E io sono molto pericolosa perché non potrò perdonare né dimenticare
Né mai congiurerò per svendere la tua in cambio.

 

Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi

i libri di contenuto melefico e per ogni dove

furono i buoi costretti a trascinare

ai roghi carri di libri, un poeta scoprì

-uno di quelli al bando, uno dei meglio- l’elenco

studiando gli inceneriti, sgomento, che i suoi

libri erano stati dimenticati. Corse

al suo scrittoio, alato d’ira, e scrisse ai potenti una lettera.

Bruciatemi!, scrisse di volo, bruciatemi!

Questo torto non fatemelo! Non lasciatemi fuori! Che forse

la verità non l’ho sempre, nei libri miei, dichiarata? E ora vuoi

mi trattate come fossi un mentotore! Vi comando:

bruciatemi!

 

 

 

Bertold Brecht

 

Deserto di sbarre e cemento

vogliono renderci sterili

come una sala operatoria

ma la tigre continua

a ruggire e non si placa

non il mio cuore.

Il sole piange la nostra

assenza,

ma in noi mille stelle

scintillano

a rischiarare il buio

che la repressione

vuole infliggere.

I pugni chiusi si alzano

bandiera di un solo colore

rosso.

La voce dei prigionieri grida

“Mai più catene”.

Le lacrime nutrono la terra

dove nasce la lotta dei popoli.

Per quanto sale vogliano

spargere sulle nostre ferite,

non potranno mai

inaridire il sangue rosso

che sempre scorre.

          Amarilli Caprio, 29 Luglio 2007

 

 

(…)

Il pudore sociale che tu credi naturale

vuole che tu sia ritrosa, ambigua, dolce

Il pudore vero sta rinchiuso come il tuorlo

dentro l’uovo, ricco, fiammante, vitale.

Questo pudore ti insegna il senso della tua integrità

di cuore, bada bene, non di una carne fatta

Simbolo sociale. Sii tu a baciarlo, a spogliarlo,

ad accarezzarlo, senza per questo rifiutare le sue

carezze e i suoi baci. Che sia chiaro, chiarissimo

lampante che siete in due a fare l’amore, non uno solo

sopra l’altro, contro l’altro, a danno dell’altro.

Rifiuta il gioco del corri e scappa che può

divertire ma alla fine ti porterà alla trappola.

La civetteria è un ‘arma così povera ad infelice

che poi quando sei incastrata contro un muro

non ti rimane che sorridere e acconsentire.

Ma non c’è niente da nascondere, lo vuoi capire.

Devi prenderti il tuo piacere da lui come

lui lo prende da te, senza infingimenti;

con pari entusiasmo e passione. Fagli la corte,

inseguilo, parlagli apertamente. Decidi tu

quando vuoi fare  l’amore, non lasciarlo mai

pregare e supplicare, perché poi quando decidessi

non sarà più una decisione ma un cedimento

e subito lui urlerà di essere il tuo padrone

e avrà ragione perché sarai stata vinta e

non vincitrice, avrai accettato la regola

del cacciatore che corre appresso alla preda.

 

 Poesia di Dacia Maraini letta da Sandra Ceccarelli  in Piazza Duomo a Milano durante la

 Manifestazione Nazionale del 14 gennaio 2006

 

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